La Bank of Japan ha pubblicato il 25 settembre uno studio sull’espansione del private credit e sui cambiamenti nei rischi dei fondi. La competizione tra gestori, l’ingresso dei risparmiatori e le nuove forme di finanziamento sono al centro dell’analisi, uscita nella serie BOJ Review. Il documento esamina soprattutto il mercato statunitense e i collegamenti con il sistema finanziario giapponese.
Il modello tradizionale e la pressione della concorrenza
Per private credit si intendono, in questo contesto, finanziamenti negoziati fuori dai tradizionali canali bancari, spesso erogati direttamente da fondi a imprese medie e piccole con un merito creditizio più debole. Il modello prevalente raccoglie capitali istituzionali vincolati a lungo e limita i rimborsi anticipati. Questa struttura permette di finanziare prestiti poco liquidi, accompagnati da vincoli contrattuali a tutela dei creditori.
Rispetto a quel modello, gli autori individuano segnali di cambiamento: il capitale già impegnato dagli investitori ma ancora da impiegare resta elevato, mentre si riducono i margini sui prestiti e, in alcune operazioni, i vincoli imposti ai debitori. La loro interpretazione è che la capacità di offerta dei fondi abbia superato la domanda di credito delle imprese, rafforzando il potere negoziale di queste ultime.
Il punto conta perché condizioni più permissive possono ridurre le protezioni del finanziatore proprio mentre diminuisce il compenso ottenuto per assumere rischio.
Gli interessi rinviati richiedono una lettura attenta
Lo studio non rileva un deterioramento significativo e generalizzato dei tassi di insolvenza disponibili, ma sottolinea che le statistiche differiscono per copertura e definizioni. Invita inoltre a osservare i prestiti payment-in-kind, o PIK: accordi che consentono di rinviare il pagamento degli interessi, aggiungendoli al debito da rimborsare.
L’attenzione si concentra sui casi in cui questa possibilità viene introdotta o attivata dopo la concessione del finanziamento. Può aiutare un’impresa a conservare risorse per gli investimenti, ma può anche segnalare difficoltà di liquidità. Per questo un default formalmente evitato o posticipato non basta a dimostrare che la qualità del credito sia rimasta invariata.
Nuove attività e fondi con rimborsi periodici
Un’altra area in espansione è l’asset-based finance, cioè il finanziamento sostenuto da attività e flussi di cassa specifici: per esempio rate di prestiti auto, canoni di leasing o crediti commerciali. Qui la valutazione dipende anche dalla gestione delle attività sottostanti, dalle garanzie e dalla struttura legale dell’operazione. Le competenze richieste possono quindi essere diverse da quelle necessarie per prestare direttamente a un’azienda.
Parallelamente crescono i fondi semiliquidi rivolti agli investitori individuali, spesso facoltosi, che consentono rimborsi entro determinati limiti a intervalli mensili o trimestrali. Rispetto ai fondi chiusi, devono conciliare più attentamente le richieste di uscita con investimenti che non si vendono rapidamente.
Il rapporto considera al momento generalmente contenute le preoccupazioni sulla loro liquidità, grazie a riserve, incassi dai prestiti e limiti ai rimborsi. Richieste persistenti superiori alle attese potrebbero però mettere alla prova questi strumenti durante una fase di tensione.
Per il Giappone, la rilevanza deriva dai crescenti investimenti e finanziamenti di banche, assicurazioni e fondi pensione verso il settore. Gli autori chiedono di seguire qualità dei debitori, concentrazione settoriale e canali di trasmissione delle difficoltà, riconoscendo al private credit anche un ruolo nell’offerta di capitale a lungo termine. L’analisi porta quindi a valutare ciascun fondo in base a prestiti, struttura e rimborsi, anziché trattare il settore come uniforme. Le opinioni espresse appartengono agli autori e non rappresentano necessariamente quelle della Bank of Japan; il documento è uno studio sulla stabilità finanziaria.







