Il petrolio è salito lunedì 28 settembre dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha respinto la proposta condizionata dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e riprendere i negoziati. Secondo la rilevazione riportata da CNBC alle 10:33 ora di New York, i future sul Brent avanzavano del 2,3% a 106,73 dollari al barile, dopo aver toccato 108,83 dollari durante la seduta. Il WTI guadagnava circa il 2% a 94,25 dollari. Sono quotazioni intraday, non prezzi di chiusura.
Il rifiuto della proposta iraniana riporta il rischio sui prezzi
La proposta di Teheran prevedeva, secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi riportate da CNBC, la riapertura del passaggio e la ripresa dei colloqui entro sette giorni, a condizione che Washington accettasse le richieste iraniane. Trump ha confermato ai giornalisti di averla respinta. La differenza tra una possibile intesa e la sua effettiva attuazione conta per il mercato: il prezzo del petrolio reagisce alle probabilità attribuite a un ripristino dei flussi, mentre il traffico navale non cambia per il solo annuncio di una proposta.
L’aumento iniziale del Brent si è in parte ridimensionato nel corso della mattina americana: il massimo intraday di 108,83 dollari era superiore alla quotazione delle 10:33. Questo movimento mostra la sensibilità del mercato alle notizie diplomatiche, ma non dimostra da solo quale sarà il prezzo alla chiusura o nei prossimi giorni. Anche le informazioni su una possibile ripresa degli attacchi statunitensi dopo le elezioni di metà mandato provengono da resoconti giornalistici basati su fonti anonime; non vanno trattate come decisioni ufficialmente annunciate.
I flussi nello Stretto erano già crollati nei dati EIA
Il contesto fisico aiuta a leggere la reazione dei future. Nei Global Energy Security Data pubblicati ad agosto, la Energy Information Administration statunitense stima che il volume di greggio e prodotti petroliferi passato per Hormuz sia sceso da 21,6 milioni di barili al giorno nel quarto trimestre 2025 a 4,9 milioni nel secondo trimestre 2026. Il calo calcolato tra i due periodi è di circa il 77,3%. Si tratta di medie trimestrali storiche, non di una misura del traffico del 28 settembre.
La stessa EIA avverte che, dalla fine di febbraio, i segnali di localizzazione delle navi nell’area sono diventati meno affidabili e le stime per il 2026 possono essere riviste. Il confronto quantifica comunque la dimensione della discontinuità rispetto alla situazione precedente al conflitto. Per questo una riapertura verificabile avrebbe un peso diverso da un semplice avanzamento dei negoziati: solo passaggi regolari e volumi osservati permetterebbero di misurare il recupero dell’offerta instradata attraverso lo stretto.
Per gli operatori il punto da monitorare è il passaggio dalle dichiarazioni a un accordo applicato e a transiti effettivi. Una trattativa senza riapertura lascia incerto il recupero dei volumi; al contrario, una ripresa stabile del traffico potrebbe ridurre il premio per il rischio incorporato nei prezzi. Questa è un’interpretazione del meccanismo di mercato, non una previsione sulla direzione del Brent. Le quotazioni citate fotografano un momento della seduta, non il prezzo finale.







