Una minoranza numerica di imprese genera la maggioranza del valore aggiunto. Nei conti economici pubblicati da Istat il 15 ottobre 2026, le aziende appartenenti a gruppi sono il 4,4% del totale e realizzano il 58,7% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi. Il periodo osservato è il 2024: la nuova diffusione aggiorna la conoscenza della struttura produttiva, non misura la congiuntura del mese corrente.
La concentrazione che il numero delle imprese nasconde
Istat censisce 200.016 imprese in 131.212 gruppi. Il sistema complessivo supera 4,5 milioni di imprese e 18,3 milioni di addetti. Le aziende dei gruppi generano anche il 66,4% del fatturato.
Contare le unità assegna lo stesso peso a un’impresa piccolissima e a una grande organizzazione. Misurare fatturato, occupazione o valore aggiunto restituisce invece la scala economica. Nessuno di questi indicatori sostituisce gli altri: rispondono a domande diverse.
Il divario non dimostra che entrare in un gruppo aumenti automaticamente l’efficienza. Dimensione, settore, capitale utilizzato e selezione delle aziende possono influenzare il confronto. Per identificare un effetto causale servirebbe un’analisi che tenga conto di queste differenze.
Produttività: il rapporto è superiore a due, ma va interpretato
La produttività nominale indicata da Istat è vicina a 89mila euro per addetto nelle imprese dei gruppi, contro 41.200 nelle indipendenti. Il rapporto tra i due livelli arrotondati è circa 2,16: è un calcolo redazionale, non una misura dell’effetto dell’appartenenza a un gruppo.
Un valore nominale per addetto non descrive soltanto lo sforzo del lavoratore. Riflette anche prezzi, organizzazione, dotazione di capitale e composizione delle attività. Non può essere letto come uno stipendio disponibile o come una quota integralmente distribuibile ai dipendenti.
Valore aggiunto in crescita non significa utili in crescita
Nel totale osservato, il valore aggiunto nominale cresce del 2,5%, mentre il fatturato scende dello 0,5%. I costi per acquisti di beni e servizi calano dell’1,8%. Il margine operativo lordo diminuisce dello 0,5%.
Il punto è contabile ma ha una conseguenza economica importante. Il valore aggiunto considera quanto resta dopo i consumi intermedi; da quel valore devono ancora essere remunerati lavoro e altre componenti della produzione. L’utile netto richiede ulteriori passaggi. Usare indistintamente queste grandezze porterebbe a una diagnosi sbagliata sulla redditività.
Anche la crescita nominale non equivale automaticamente a un aumento della quantità prodotta: incorpora l’effetto dei prezzi. Per valutare progressi reali occorrono misure coerenti con quella domanda.
Servizi e investimenti: due segnali da leggere insieme
I servizi aumentano il valore aggiunto del 4,2%, contro lo 0,6% dell’industria in senso stretto; le costruzioni arretrano dello 0,5%. Gli investimenti nominali per addetto, nel complesso, diminuiscono del 2,6%.
Il confronto suggerisce di evitare una narrazione uniforme delle imprese italiane. Un aggregato positivo può derivare da comparti dinamici mentre altri ristagnano. Analogamente, un calo medio degli investimenti può nascondere comportamenti differenti per dimensione aziendale.
Che cosa possiamo dedurre per il dibattito di oggi
Queste evidenze aiutano a individuare le domande per credito, innovazione e politica industriale: quali aziende possono sostenere investimenti, quali dipendono maggiormente da risorse esterne e dove la produttività cresce realmente. Non forniscono da sole una risposta sull’efficacia di un incentivo specifico.
La verifica successiva dovrebbe collegare struttura e dati più recenti, conservando i diversi periodi di riferimento. Il contributo del rapporto è mostrare dove si concentra la capacità economica e perché numero di imprese, valore creato e salute dei bilanci non coincidono.







