Il rialzo dei prezzi di petrolio e gas mette alla prova la Bank of England, ma non basta da solo a giustificare nuovi aumenti dei tassi. Nel discorso del 29 settembre, Alan Taylor, membro esterno del Monetary Policy Committee, ha precisato che il caso per una stretta diventerebbe più convincente solo se i costi energetici restassero elevati a lungo e si trasmettessero all’inflazione interna, attraverso aspettative, salari e listini delle imprese. A suo giudizio, i segnali di questo passaggio sono ancora limitati.
Dal prezzo dell’energia ai salari: il passaggio decisivo
Taylor distingue l’effetto diretto di benzina, gas ed elettricità sull’indice dei prezzi da quelli indiretti sui costi di produzione. La questione più importante per la politica monetaria è un terzo passaggio: famiglie e imprese potrebbero aspettarsi un’inflazione persistente e modificare di conseguenza richieste salariali e prezzi. Solo allora uno shock inizialmente concentrato sull’energia rischierebbe di diventare un processo inflazionistico più ampio.
Nel suo intervento, Taylor osserva che le aspettative di inflazione possono essere oggi più sensibili ai prezzi visibili rispetto al periodo precedente al 2022. Questo, però, non dimostra automaticamente che si stia formando una spirale salari-prezzi. La Bank of England deve verificare se le attese cambiano i comportamenti effettivi, valutando contratti salariali, prezzi praticati dalle imprese, margini e condizioni del mercato del lavoro.
Cosa è cambiato dalla riunione di settembre
Il 17 settembre il comitato ha lasciato il Bank Rate al 3,75% con sei voti favorevoli al mantenimento e tre per un aumento al 4%. Nelle minute, Taylor sosteneva che il livello dei tassi e l’inasprimento delle condizioni finanziarie offrissero già protezione contro l’inflazione. Indicava invece gli effetti di secondo giro come la prova da cercare prima di cambiare rotta.
La banca centrale registrava un’inflazione britannica al 3,1% in agosto, sopra l’obiettivo del 2%, e stimava un possibile aumento a circa 3,75% nel quarto trimestre 2026 e poco oltre il 4% all’inizio del 2027, sulla base dei prezzi energetici osservati il 14 settembre. Sono proiezioni condizionate, non dati già realizzati. La maggior parte dello scostamento recente dall’obiettivo dipendeva dall’effetto diretto dell’energia, mentre le prove di una trasmissione diffusa ai salari e agli altri prezzi restavano deboli.
Nel discorso più recente Taylor rileva qualche rincaro nei settori più esposti agli effetti indiretti, ma di entità molto inferiore a quello seguito allo shock del 2022. Il mercato del lavoro meno teso e la domanda contenuta potrebbero limitarne la propagazione. La sua valutazione resta quindi favorevole a mantenere i tassi fermi: uno shock prolungato può rafforzare il caso per un rialzo, ma la durata da sola non è la prova sufficiente. Se le pressioni interne continuassero invece ad attenuarsi, Taylor considera possibile un futuro allentamento quando i rischi energetici diminuiranno.







