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Argento in calo a $65.85: inflazione da domanda riapre il rischio Fed

XAG/USD perde lo 0,38% e scambia intorno a $65.85. Le indicazioni della Fed su un'inflazione sostenuta anche dalla domanda rafforzano il rischio di nuovi rialzi, mentre petrolio e dollaro limitano per ora la pressione sul metallo.
Lingotti e monete d'argento davanti a schermi finanziari e alla sede di una banca centrale
In sintesi
  • L'argento perde lo 0,38% e scambia intorno a $65.85.
  • Il mercato assegna una probabilità vicina al 90% ad almeno un altro rialzo Fed nel corso dell'anno.
  • Il calo del petrolio e la flessione del dollaro limitano la pressione, ma non eliminano il rischio di inflazione sostenuta dalla domanda.

L’argento ha perso lo 0,38% e scambia intorno a $65.85, penalizzato dalla possibilità che la Federal Reserve debba mantenere una politica monetaria più restrittiva. Il movimento arriva mentre alcuni funzionari della banca centrale statunitense attribuiscono le pressioni sui prezzi non soltanto all’energia e agli shock dell’offerta, ma anche alla solidità della domanda interna.

La distinzione conta per il mercato: un rincaro temporaneo del petrolio può attenuarsi con il ripristino delle forniture, mentre un’inflazione alimentata dai consumi tende a richiedere tassi elevati più a lungo. Per un’attività priva di rendimento come l’argento, questa prospettiva aumenta il costo opportunità rispetto a obbligazioni e liquidità remunerata.

Goolsbee e Kashkari indicano pressioni oltre il petrolio

Il presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee, ha affermato che una domanda robusta potrebbe contribuire all’inflazione insieme a prezzi energetici, dazi e altri vincoli dell’offerta. Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, aveva già osservato nel fine settimana che le pressioni elevate non dipendono esclusivamente dal rincaro del petrolio.

Si tratta di valutazioni di singoli esponenti e non di una nuova decisione del Federal Open Market Committee. Il loro rilievo deriva però dal messaggio comune: se la componente interna dell’inflazione resta persistente, la banca centrale dispone di meno spazio per considerare temporaneo lo shock e può essere indotta a prolungare la stretta.

Un altro rialzo resta lo scenario prevalente per il mercato

Secondo il CME FedWatch citato dalla fonte, gli operatori attribuiscono una probabilità vicina al 90% ad almeno un ulteriore aumento dei tassi nel corso dell’anno. La Fed ha già alzato il tasso di riferimento di 25 basis points nella riunione della scorsa settimana, portando l’intervallo al 3,75%-4%. Sedici responsabili su diciotto prevedono almeno un altro intervento.

Il confronto con la riunione precedente mostra quindi un rischio concreto di prosecuzione del ciclo restrittivo. La probabilità implicita nei futures non è una certezza: può cambiare rapidamente con inflazione, occupazione e comunicazione dei membri della Fed. Per l’argento, rendimenti obbligazionari più alti tendono comunque a rappresentare un ostacolo perché il metallo non distribuisce interessi.

Il calo del petrolio può ridurre una parte del rischio inflazionistico

Il quadro energetico offre un possibile contrappeso. Secondo una notizia attribuita a un funzionario iraniano, Teheran sarebbe pronta a riaprire lo Stretto di Hormuz entro sette giorni se gli Stati Uniti riducessero la pressione militare e rimuovessero il blocco dei porti iraniani. Una riapertura potrebbe favorire un ulteriore calo del petrolio e alleggerire le aspettative d’inflazione.

L’ipotesi resta condizionata a sviluppi diplomatici non ancora confermati. Inoltre, prezzi energetici più bassi inciderebbero soprattutto sulla componente legata all’offerta e non risolverebbero automaticamente le pressioni generate dalla domanda. Il sostegno all’argento dipenderebbe quindi dalla capacità del calo del greggio di modificare anche le attese sui tassi.

Dollaro e rendimenti restano i segnali decisivi per XAG/USD

Il Dollar Index si è riportato intorno a 100,45 dopo avere toccato 100,67, il livello più alto dal 30 luglio. Il parziale rientro del biglietto verde limita le vendite sull’argento, perché una valuta statunitense più debole rende il metallo meno costoso per gli investitori che operano in altre monete.

Il rapporto non è però automatico. XAG/USD risponde contemporaneamente a dollaro, rendimenti reali, domanda industriale, flussi verso i metalli preziosi e percezione del rischio. Nel breve periodo sarà utile osservare gli interventi dei funzionari Fed, i dati sulla domanda statunitense e l’andamento del petrolio dopo i contatti sul Medio Oriente.

Un rallentamento duraturo dell’inflazione e dei rendimenti potrebbe sostenere l’argento. Nuove prove di domanda interna resistente, invece, rafforzerebbero l’ipotesi di tassi più alti più a lungo e manterrebbero la pressione sul metallo. Questa è un’interpretazione di scenario e non una previsione certa sulla direzione del prezzo.

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