Alberto Musalem, presidente della Federal Reserve Bank di St. Louis, ha affermato che la banca centrale statunitense dovrà probabilmente alzare ancora i tassi per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Il banchiere centrale preferisce interventi anticipati e graduali a una stretta più ampia e brusca in seguito. La posizione arriva dopo il rialzo di 25 punti base deciso dal FOMC il 16 settembre.
Musalem vede ancora insufficiente la stretta monetaria
Secondo le dichiarazioni riportate da Reuters e FXStreet, Musalem considera l’attuale intervallo dei federal funds, compreso tra il 3,75% e il 4,00%, ancora dal lato accomodante. Nella sua lettura, senza un ulteriore irrigidimento della politica monetaria l’inflazione avrebbe maggiori probabilità di restare sensibilmente sopra il 2% anche tra 18 mesi.
Il presidente della Fed di St. Louis sostiene quindi un percorso fatto di aumenti incrementali. Il punto non è soltanto il livello finale dei tassi: intervenire prima e con passi contenuti, nella sua valutazione, ridurrebbe il rischio di dover ricorrere più avanti a mosse più grandi e potenzialmente destabilizzanti. Si tratta della posizione di un singolo esponente della Federal Reserve, non di una decisione già presa dal FOMC.
La Fed ha appena portato i tassi al 3,75%-4,00%
Il 16 settembre il Federal Open Market Committee ha aumentato il tasso obiettivo di un quarto di punto, fissandolo tra il 3,75% e il 4,00%. La decisione è stata approvata all’unanimità. Nel comunicato, la Fed ha descritto l’attività economica come in solida espansione e ha ribadito che l’inflazione rimane elevata.
Questo confronto temporale è essenziale: le parole di Musalem non anticipano il primo rialzo di un nuovo ciclo, ma chiedono di proseguire una stretta già iniziata. Il dato osservato è il rialzo deliberato il 16 settembre; la necessità di altre mosse è invece una valutazione prospettica, soggetta ai prossimi dati su prezzi, occupazione e domanda interna.
Pressioni da domanda e materie prime
Musalem stima che l’inflazione resti troppo alta, fino al 3% anche dopo aver escluso alcuni effetti legati all’offerta. A suo giudizio, le pressioni derivano sia dalla domanda sia dagli shock sulle materie prime. Il problema non riguarderebbe soltanto il petrolio, ma anche metalli industriali come il rame.
Il banchiere centrale riferisce inoltre che alcuni contatti aziendali pianificano aumenti dei prezzi vicini al 3%. Al tempo stesso descrive il mercato del lavoro come stabile e prossimo alla piena occupazione, senza identificarlo come la principale fonte delle pressioni inflazionistiche. Queste indicazioni provengono dalla sua valutazione e dai riscontri raccolti presso le imprese: non equivalgono a una nuova rilevazione ufficiale dei prezzi.
Dollaro e rendimenti sensibili alle prossime indicazioni
FXStreet ha segnalato un rafforzamento del Dollar Index dopo le dichiarazioni, senza fornire nell’articolo una misura completa del movimento. L’attribuzione va quindi trattata con cautela: nello stesso momento valute e obbligazioni possono reagire anche a dati economici, geopolitica e variazioni delle materie prime.
Se il mercato incorporasse più rialzi, il primo effetto potrebbe emergere nelle attese sui rendimenti dei Treasury e nel differenziale dei tassi rispetto alle altre economie, con potenziale sostegno al dollaro. Una traiettoria più restrittiva potrebbe però aumentare il costo del credito per famiglie e imprese. La verifica arriverà dai prossimi dati sull’inflazione e dalle comunicazioni collegiali del FOMC, che restano decisive rispetto alle opinioni dei singoli membri.







