Cultura, 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto e quasi 1,54 milioni di occupati: il peso economico italiano va ben oltre musei, cinema e spettacoli. Il rapporto Io sono Cultura 2026, presentato a luglio e riferito al 2025, comprende anche le professioni creative impiegate nelle altre attività produttive. A questa componente attribuisce quasi 49 miliardi di euro, già inclusi nel totale.
È il dato che cambia la prospettiva: la creatività lavora anche dentro una fabbrica, uno studio di progettazione o un’impresa che sviluppa prodotti e servizi. Separare questa presenza dall’indotto permette di capire dove nasce il valore, quante persone coinvolge il sistema e quali benefici possono raggiungere il territorio.
Tre numeri che descrivono perimetri diversi
La ricerca di Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte distingue il nucleo delle attività culturali e creative, chiamato Core Cultura, dai professionisti creativi inseriti in altri settori, gli Embedded Creatives. La presentazione ufficiale del rapporto quantifica il primo in 66,8 miliardi e il secondo in quasi 49 miliardi.
| Componente | Valore aggiunto nel 2025 | Significato |
|---|---|---|
| Core Cultura | 66,8 miliardi di euro | Attività appartenenti al nucleo culturale e creativo. |
| Professionisti creativi in altri settori | Quasi 49 miliardi di euro | Contributo stimato delle professioni creative fuori dal nucleo settoriale. |
| Intero sistema culturale e creativo | 115,8 miliardi di euro | Totale che comprende entrambe le componenti precedenti. |
| Sistema più attività attivate nel resto dell’economia | Circa 310 miliardi di euro | Stima complessiva comprensiva dei 115,8 miliardi diretti. |
I quasi 49 miliardi equivalgono a circa il 42% del valore diretto, calcolato sui dati arrotondati. Sono già parte del sistema misurato: aggiungerli una seconda volta gonfierebbe il risultato. Anche i circa 310 miliardi comprendono la componente diretta. La differenza, circa 194 miliardi, rappresenta il valore attivato nelle altre attività, ricavato per sottrazione dai totali pubblicati.
Parliamo di valore aggiunto, cioè ricchezza prodotta al netto dei beni e servizi intermedi utilizzati. Il fatturato misura invece le vendite: sommare le vendite di tutti i passaggi di una filiera conterebbe più volte una parte degli stessi acquisti. Per questo le cifre del rapporto richiedono una lettura diversa dagli incassi dei biglietti o dai ricavi di una singola società.
La cultura dentro le imprese: che cosa significa in concreto
Un designer che lavora in un’impresa manifatturiera contribuisce alla forma, alla funzionalità e alla riconoscibilità di un prodotto. Un professionista della comunicazione può aiutare un’azienda a spiegare un servizio e a raggiungere nuovi clienti. Sono esempi illustrativi del contributo creativo: il rapporto considera le professioni interessate secondo il proprio perimetro statistico.
Il valore attribuito a questi lavoratori riguarda il loro contributo stimato, anziché l’intero fatturato dell’impresa che li occupa. Una società di arredamento resta una società manifatturiera anche quando impiega designer. Questa distinzione evita di trasformare ogni attività che utilizza creatività in un’industria culturale a tutti gli effetti.
Il meccanismo economico è comprensibile: progettazione, contenuti e identità di prodotto possono rendere un’offerta più utile o riconoscibile, sostenendo la disponibilità dei clienti a sceglierla. Il risultato dipende però da qualità, costi, distribuzione e domanda. Il lavoro creativo crea una possibilità di differenziazione; la capacità di trasformarla in margini si verifica nei conti dell’impresa.
Software e videogiochi allargano il quadro oltre i luoghi della cultura
Nel nucleo culturale e creativo rientrano anche attività meno immediatamente associate a musei e teatri. Software e videogiochi generano 18,6 miliardi di euro nel 2025 e occupano oltre 206 mila persone, secondo il comunicato del rapporto pubblicato dalla Camera di commercio di Messina. La categoria statistica comprende entrambi: attribuire tutto questo importo ai soli videogiochi sarebbe improprio.
Questo esempio mostra perché il biglietto venduto rappresenta soltanto una delle forme di ricavo possibili. Un contenuto può essere distribuito attraverso licenze, abbonamenti o altri accordi commerciali. Per chi produce, diventano importanti i diritti detenuti, la durata dei contratti, la spesa necessaria a sviluppare il prodotto e la dipendenza dai canali che lo portano al pubblico.
Una diffusione ampia può ridurre il costo medio di distribuzione, mentre realizzare contenuti e aggiornarli richiede comunque risorse. La dimensione del mercato, quindi, va letta insieme alla quota di valore che resta effettivamente a produttori e lavoratori.
Quanto lavoro produce e che cosa resta da conoscere
Unioncamere indica quasi 1,54 milioni di occupati nel sistema, in aumento dell’1,7% sul 2024, e una crescita del valore aggiunto del 3,3%. La prima cifra riguarda l’insieme delle attività e delle professioni considerate, non soltanto chi lavora fuori da musei, cinema e spettacoli.
Per valutare la qualità di questa occupazione servono altre informazioni: continuità degli incarichi, ore lavorate, compensi, stabilità contrattuale e distribuzione del reddito. Il numero delle persone occupate, preso isolatamente, non permette di misurare questi aspetti. Nemmeno una crescita del valore aggiunto dimostra che tutti i compensi siano aumentati nella stessa misura.
Per una famiglia la differenza è concreta. Un flusso di incarichi prevedibile consente di programmare spese e risparmio; entrate concentrate in pochi mesi richiedono una gestione diversa della liquidità. Per un’impresa, invece, trattenere competenze significa poter contare su esperienza e continuità progettuale, oltre che sulla disponibilità immediata di personale.
Indotto: come la domanda raggiunge altre attività
La produzione culturale acquista servizi tecnici, spazi, attrezzature e prestazioni professionali. La fruizione di eventi e luoghi culturali può inoltre accompagnarsi a spese per trasporti e ospitalità. Il rapporto cerca di misurare i legami economici complessivi; per valutare un singolo progetto occorre invece osservare quanto della spesa sia aggiuntivo e quanto rimanga sul territorio.
Un esempio ipotetico chiarisce il problema: se un visitatore avrebbe comunque pernottato in una città, attribuire tutto il costo dell’albergo a una mostra sovrastimerebbe l’effetto della mostra. Se invece prolunga il soggiorno proprio per visitarla, la notte aggiuntiva offre una base più solida per stimare la ricaduta. Sono domande necessarie prima di presentare un ritorno economico locale.
Lo stesso principio di attenzione ai perimetri vale nell’analisi dell’economia del mare e delle sue attività collegate. I due totali non vanno sommati automaticamente: turismo, servizi e altre attività possono comparire nelle relazioni produttive di più filiere.
Come capire se la crescita lascia benefici duraturi
Per amministrazioni e imprese il passaggio successivo è misurare risultati concreti: lavoro continuativo, acquisti presso fornitori locali, capacità di attrarre domanda e sostenibilità dei costi. Un progetto può richiamare molti visitatori e restare finanziariamente fragile; un’attività più piccola può costruire relazioni professionali stabili.
La fotografia del 2025 rende visibile una parte dell’economia che spesso resta fuori dal racconto culturale: competenze incorporate nei prodotti, nei servizi e nell’organizzazione delle imprese. Per seguirla oggi servono aggiornamenti sui singoli comparti. I dati del rapporto offrono la base strutturale, mentre redditi, margini e continuità del lavoro mostrano come quel valore raggiunge persone e territori.






